Dolore toracico – Quando preoccuparsi e che fare

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Dolore toracico: quando allarmarsi?

Un dolore toracico acuto molto spesso è dovuto a cause banali, come i dolori intercostali, ma in alcuni casi è sintomo di disturbi cardiaci. Essendo noto che tale tipologia di dolore è un campanello d’allarme di possibili disturbi gravi, spesso il paziente chiede soccorso anche se avverte sintomi lievi. In base alla causa possono essere presenti sintomi come nausea, tosse o difficoltà respiratorie. Un dolore al torace può essere generato anche da affezioni che riguardano l’apparato digerente, i polmoni, o le ossa. Una causa potrebbe essere la pleurite (infiammazione della membrana che riveste i polmoni) oppure la pericardite (infiammazione della membrana che riveste il cuore). In caso di attacco cardiaco vi è un’improvvisa ostruzione di un’arteria nel cuore che impedisce il flusso del sangue verso un’area del muscolo cardiaco.
Quando si deve sospettare che tale dolore possa avere origine cardiaca?

  • Si manifesta sotto sforzo o in seguito ad una forte emozione;
  • Dura almeno un paio di minuti;
  • Il soggetto colpito avverte un senso di oppressione.

Si deve chiamare l’ambulanza se il dolore che parte da dietro lo sterno va a coinvolgere una delle seguenti zone:

  • il collo e la mandibola;
  • la parete superiore della schiena;
  • gli arti superiori;
  • la zona centrale superiore dell’addome.

Il soggetto affetto deve evitare di mettersi personalmente alla guida per recarsi al pronto soccorso. La prima cosa che il medico del pronto soccorso farà è capire se il dolore è dovuto ad un attacco di cuore o ad una patologia cardiaca. In caso di un dolore al petto di origine non cardiaca, al paziente di solito viene suggerito di rivolgersi ad un gastroenterologo per ulteriori accertamenti sanitari. In caso di un disturbo al torace che si presenta per almeno una settimana è opportuno consultare dunque un medico il prima possibile. Nelle persone in cui un dolore toracico si protrae per diverso tempo è quasi impossibile che vi sia una situazione di pericolo per la vita; generalmente la maggior parte dei medici esegue innanzitutto una radiografia toracica, quindi ulteriori accertamenti in base ai sintomi che si sono presentati e ai risultati degli esami. Anche se il dolore toracico non cardiaco può essere un episodio che spaventa perché è simile ad un dolore al cuore, può essere curato con successo una volta che il medico risale all’origine del dolore; con il giusto trattamento, i sintomi spariscono per la maggior parte dei pazienti. Bisogna allarmarsi però nei seguenti casi:

  • Sudorazione (importantissimo!);
  • Frequenza cardiaca aumentata o diminuita;
  • Nausea o vomito;
  • Stordimento o svenimento;
  • Pressione arteriosa alterata.

Dopo aver chiamato l’ambulanza, la vittima:

  • Deve essere messa a riposo;
  • Deve essere liberata da eventuali indumenti stretti;
  • Va tranquillizzata.

Il soccorritore deve chiedere alla vittima se in passato gli è già capitata una simile situazione e se prende farmaci per il cuore (se li ha con sé, è bene aiutarlo ad assumerli).

Disturbi cardiaci: quali sono i soggetti a rischio?

Sono a rischio di problemi cardaci tutti coloro che in famiglia hanno avuto episodi di disturbi cardiaci. L’intervento chirurgico potrebbe a volte essere risolutivo, ma è bene adottare uno stile di vita salutare, perché la patologia cardiaca potrebbe ripresentarsi. Un fattore di rischio è l’obesità: è bene fare attività fisica ed evitare cibi ipercalorici; le persone obese vivono inoltre 6/7 anni in meno rispetto a quelle con un peso normale. Nei soggetti affetti da pressione alta si accelera inoltre il processo di aterosclerosi, a causa delle alterazioni dell’elasticità delle pareti arteriose, aumentando così il rischio di patologie cardiovascolari; l’aterosclerosi è una patologia cronica e progressiva che si manifesta tipicamente in età adulta, ma il suo avanzare può essere contrastato da una sana alimentazione, eliminando il consumo di bevande alcoliche, il fumo delle sigarette ed evitando situazioni stressanti. Anche i soggetti diabetici rischiano di sviluppare patologie cardiache nel tempo. Il diabete è una malattia cronica destinata a non guarire, ma può essere tenuta sotto controllo con una terapia adatta. Il rischio di infarto nei diabetici si presenta con una frequenza tre/quattro volte superiore rispetto alla popolazione generale. La dislipidemia è inoltre un aspetto che aumenta la probabilità di cardiopatia ischemica; si tratta di un incremento della quantità dei lipidi (grassi) nel sangue, come ad esempio il colesterolo. I valori accettabili per una persona sana sono quelli inferiori ai 200 mg/ml. Oltre questo valore limite, aumenta dunque la probabilità di aterosclerosi, a volte anche in forma grave. Ricordiamo che anche lo stress influisce nel tempo sulla salute del nostro cuore; in particolare, lo stress lavoro-correlato deve essere tenuto sotto controllo in tutte le aziende, che devono adottare tutte le misure preventive utili a rendere minimo tale rischio.

Aritmie cardiache: come riconoscerle?     

Ogni situazione in cui il ritmo normale del cuore è alterato viene considerata un’aritmia. E’ possibile riconoscerla osservando attentamente il battito del polso.
Possiamo dunque riscontrare:

  • Le tachicardie (battiti cardiaci accelerati) o tachiaritmie (oltre ad essere accelerati i battiti sono anche irregolari nel tempo);
  • Bradicardie (battiti cardiaci rallentati) o bradiaritmie (oltre ad essere rallentati i battiti sono anche rallentati nel tempo).

Tra le possibili cause, vi sono le seguenti:

  • Farmaci
  • Infiammazioni
  • Ischemia
  • Processi degenerativi

Elettrocardiogramma e sorveglianza sanitaria

L’elettrocardiogramma (ECG) è la rappresentazione grafica dell’attività elettrica delle cellule cardiache in nel tempo. L’ECG è un esame molto utile e di facile esecuzione, che permette al medico competente aziendale di scoprire eventuali rischi per la salute del lavoratore. Questo esame è così importante perché consente, tra le altre cose:

  • di evidenziare la presenza di aritmie nel lavoratore asintomatico;
  • di rilevare patologie cardiache asintomatiche che possono portare, se trascurate, anche alla morte improvvisa;
  • di controllare lo stato di salute dell’apparato cardiovascolare sia in situazioni di riposo sia sotto sforzo.

L’ECG viene dunque effettuato durante le visite mediche aziendali; il Testo Unico sulla Sicurezza, il Decreto Legislativo 81 del 2008, stabilisce, all’art. 41, l’obbligo del medico competente di svolgere l’attività di sorveglianza sanitaria dei luoghi di lavoro dell’azienda dalla quale è stato incaricato. Ciò comporta diversi esami per i dipendenti (ECG, visiotest, spirometria, analisi del sangue, esame vestibolare, ecc.), in base ai fattori di rischio presenti sul posto di lavoro, con lo scopo di esprimere un giudizio in merito all’idoneità dei lavoratori. In particolare, l’ECG deve essere letto con cura soprattutto per stabilire, in fase di progettazione delle mansioni lavorative, quali potrebbero essere i lavoratori più adatti ad effettuare operazioni che richiedono degli sforzi fisici. Il medico competente deve obbligatoriamente avvisare il datore di lavoro nel caso in cui la visita medica aziendale con ECG dia risultati che mettano il dipendente in condizioni di non poter più eseguire la propria mansione. Tramite l’ECG, il medico può risalire ad eventuali aritmie, anomalie di conduzione, ischemie o pregresso infarto del miocardio.

Reinserimento al lavoro di un dipendente dopo un evento cardiaco

Il reinserimento lavorativo di un lavoratore con disabilità cronica dovuta ad una cardiopatia ischemica potrebbe essere un problema per alcune tipologie di mansioni, soprattutto quelle che comportano uno sforzo fisico, ma non solo, anche quelle molto stressanti, con condizioni climatiche avverse o che espongono a sostanze tossiche con possibili effetti cardiovascolari. In tutti questi casi potrebbero esserci dei problemi a livello di sicurezza per il lavoratore e per i suoi colleghi; sono dunque sconsigliati, ad esempio, i lavori in quota o quelli in cui il soggetto deve operare in ambiente isolato. Per tali lavoratori, il medico competente ha il difficile ruolo di esprimere il giudizio idoneità, dopo aver essere venuto a conoscenza della cardiopatia ischemica. Alcuni fattori dell’ambiente del lavoro considerati “nocivi” sono i seguenti:

  • Condizioni microclimatiche sfavorevoli, che possono essere responsabili di un aumento anche considerevole del consumo miocardico (sia per gli ambienti troppo cadi che per quelli troppo freddi);
  • Il rumore, che per valori superiori di 85 decibel potrebbe comportare un aumento della pressione sisto-diastolica e della frequenza cardiaca, pericolosi per il lavoratore cardiopatico.

Un lavoratore cardiopatico deve evitare, dunque:

  • lo sforzo fisico eccessivo;
  • il rischio di infortunarsi;
  • i lavori in quota;
  • i lavori in luoghi isolati.

Per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro, numerosi studi attestano che il lavoro su turni (notturno) comporta un’alterazione del ritmo sonno-veglia e della secrezione circadiana del cortisolo; tutto ciò va ad aumentare la frequenza cardiaca e dunque il consumo di ossigeno del miocardio. Inoltre anche altri fattori come i rapporti con i colleghi e con il datore di lavoro, il carico di lavoro e la competitività potrebbero essere situazioni rischiose per il lavoratore cardiopatico. Bisogna però considerare anche l’età del lavoratore: il rischio è maggiore nei soggetti con età superiore a 65 anni. Di fronte al lavoratore cardiopatico, con l’intento di tutelare al massimo l’integrità psicofisica del lavoratore, si tende ad eliminare o minimizzare l’esposizione a quei fattori presenti sul posto di lavoro che potrebbero costituire un rischio per la sua salute. C’è da dire che un disturbo cardiaco genera spesso depressione, ma questo aspetto psicologico non viene purtroppo preso in considerazione dalle aziende; un problema cardiaco viene visto come un qualcosa di irreversibile e catastrofico da parte del paziente, che entra dunque in un circolo vizioso di ansia e depressione.

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